MI SON PERSO PANTANI SUL GALIBIER

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Se penso agli avvenimenti importanti, sportivi e non, che sono accaduti durante la mia vita, ho per ognuno un vivido ricordo di dove fossi e di che cosa stessi facendo. Ma un conto è vivere gli avvenimenti in prima persona, un conto è farseli raccontare da altri. A volte basta una semplice decisione, un imprevisto, una ‘sliding door’, per creare un indelebile ricordo diretto oppure per perdersi clamorosamente un’occasione.

La mia sliding door ciclistica, accidenti, so esattamente qual è: 27 Luglio 1998, il giorno in cui decisi deliberatamente di non seguire la tappa del Tour de France in cui Pantani vinse a Les Deux Alpes e prese la maglia gialla.

Campodolcino, provincia di Sondrio. Eravamo una ventina tra ragazzi e soprattutto ragazze e stavamo decidendo cosa fare. Tra tutti, solo Giacomo, Matteo, Michele e io eravamo appassionati di ciclismo. C’era un tappone al Tour de France, la maglia gialla Jan Ullrich sembrava inattaccabile fino al giorno prima e Pantani inseguiva con diversi minuti di distacco. Quel Tour Pantani, dopo aver vinto alla grande il Giro d’Italia, non avrebbe neppure dovuto correrlo.

Giacomo ai tempi aveva poco più di 14 anni e voleva diventare un giornalista sportivo. Aveva le idee chiarissime e un talento naturale, infatti è riuscito a realizzare il suo sogno, anche se ora si occupa di altri argomenti. Lui era deciso: “Io vado a vedere la tappa.”. Michele andò con lui, Matteo e io titubammo, ma probabilmente più sensibili a quel richiamo naturale che caratterizza gli adolescenti, optammo per restare col gruppo.

Pantani, nonostante le dichiarazioni caute del giorno precedente e un tempo da lupi che solitamente lo rallentava, prese una decisione diametralmente opposta alla nostra: lui in gruppo quel giorno non ci voleva proprio stare. Attaccò lontanissimo dal traguardo, a 5km dalla vetta del Galibier, sotto una pioggia battente. Il resto è storia: in quei pochi chilometri di Galibier guadagnò 3 minuti su Ullrich e continuò a guadagnare fino alla fine della tappa, ritrovandosi in maglia gialla con un vantaggio abissale sul tedescone.

Non ricordo cosa successe quel giorno con i miei amici, di certo non fu una giornata memorabile. Ma ricordo che ero seduto sui gradini fuori della nostra casa quando Giacomo arrivò. Arrivò correndo, non camminando. Mi bastò guardarlo in faccia per capire che avevo fatto una cazzata.

“Pantani ha fatto un’impresa!”, iniziò a urlare quando era ancora lontano, e la peggior parte di me era un pizzico delusa: avrebbe (non riesco a dire avrei) sperato in una tappa normale per sentirsi meno in colpa.

Ho rivisto trenta volta quella tappa, ma non riesco a sentirla mia. Probabilmente sto continuando a punirmi per essermi perso quella giornata incredibile, nonostante siano passati la bellezza di 23 anni.

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