GF TRE VALLI VARESINE 2021: UNA CORSA DA (NON) DIMENTICARE

Io so benissimo di non essere da Granfondo, però ogni tanto mi faccio fregare. Ma sì, che sarà mai? Una mattinata in provincia di Varese, vicino a casa mia, su un percorso non troppo duro e non troppo lungo.

Il buongiorno si è visto dal mattino: pioggia torrenziale. Esco molto presto di casa, è ancora buio. Devo recuperare il pacco gara. Parcheggio in un autosilo vicino al villaggio di partenza e comincio a vedere i primi ciclisti, alcuni ben equipaggiati con mantelline tecniche impermeabili, altri decisamente leggerini.

Incontro casualmente il mio amico Claudio, che si sta rivestendo. Troppo pericoloso, oggi non correrà. Inizio ad avere pure io qualche dubbio; a guidare la bici non sono una cima e si affronteranno discese sporche, ripide e impegnative. In più, non ho niente di impermeabile, a parte un k-way largo da pannolato che non è né bello né aerodinamico, però è funzionale.

L’orario di partenza si avvicina, il Luf mi raggiunge e smette anche di piovere. Mi si risolleva il morale e decido a provarci! Cappuccio e brioche al cioccolato e si va in griglia. In questa GF le griglie non sono in base al ranking o all’iscrizione, ma in base all’età. Io faccio parte della 40-45, già abbastanza indietro. Partenza scaglionata ogni 4 minuti.

Poco prima della partenza Flavio, un altro socio simpatico seppur juventino, si fa prendere dall’agonismo e vuole scaldarsi un po’. Usciamo qualche minuto, ma quando torniamo la nostra griglia è chiusa. Dobbiamo infilarci nella griglia 45-50.

Partiamo. Fa freschino, piove leggermente e mi accorgo subito di un problemone: quasi tutti hanno i freni a disco. I miei pattini di inizio anno 2000 frenano poco e colpevolmente in ritardo. Ma questo è niente: il Luf fora al Km 3. Mi fermo ad aspettarlo, ma intanto ci superano le griglie partite dopo, 50-60 e le donne.

Quando ripartiamo, dietro di noi ci sono solo gli over 60. Inizia la prima salita, che è anche la più lunga. Saliamo belli spediti, ma evidentemente il nostro ritmo non è equiparabile a quello di un cicloamatore sessantenne ben allenato, infatti veniamo prontamente assorbiti da una ventina di missili canuti. Mi accodo e guardo il contachilometri: pendenza 8%, velocità 20km/h. Alla faccia della pensione.

In cima alla salita mi accorgo di aver perso ancora il Luf. Mi fermo e siccome piove a dirotto mi metto il k-way. Passa un gruppo e mi pare di scorgerlo, lo chiamo ma non mi sente. Lui in discesa è un drago, riparto subito ma mi accorgo che non lo riprenderò mai. Non ci voleva. Scendo molto lentamente e mi superano tutti, a destra, sinistra e anche sopra e sotto. Mi sento decisamente fuori luogo.

Poi c’è un tratto di saliscendi in cui mi difendo abbastanza bene; quando arrivo al bivio per il lungo, praticamente solo io prendo il lungo. Accidenti, intorno a me son rimasti solo gli ultrasessantenni, che per regolamento sono obbligati a fare il medio. Inizia qui il mio ‘calvario’. Mi aspettano 80km al vento, sotto la pioggia e praticamente in solitaria.

Solo lungo le salite riesco a riprendere qualcuno e a scambiare due parole. La salita del ‘villaggio degli olandesi’ non l’avevo mai fatta ed è bella tosta! Ma è un fuoco di paglia, quando la strada torna a scendere vengo superato nuovamente e non riesco a tenere le ruote. Il problema aumenta nei lunghi tratti in falsopiano in salita, alcuni controvento, dove in gruppo riuscirei anche a pedalare oltre i 30km/h, ma da solo fatico a superare i 26.

Guardo davanti e non vedo nessuno, guardo dietro e non vedo nessuno. Le strade sono riaperte, ma gli incroci sono molto ben presidiati. Sbaglio una curva e invado la corsia opposta, subito vengo bonariamente rimproverato da un poliziotto in moto che praticamente mi sta scortando. Agli incroci i volontari sono bagnati, infreddoliti e stanchi. In più di uno mi chiede se sono l’ultimo. Io rispondo di no, ma poi mi viene il dubbio. Che io sia veramente l’ultimo?

A 10km dalla fine ho ancora una bella gamba e un passo accettabile. Manca solo una salita e poi è finita. Voglio farla al meglio: mi alzo sui pedali e spingo forte col 50. Formolo sarebbe orgoglioso di me, penso, ma quando mi risiedo sento qualcosa di strano. Vado via storto, il tacco della scarpa picchia sulla forcella posteriore a ogni pedalata. Son costretto a rallentare per paura che mi scappi il piede all’improvviso e inizio a credere che potrei non arrivare al traguardo. Credevo fosse il pedale, ma in realtà ho crepato una pedivella e mi sento già alleggerito all’altezza del portafogli.

Taglio il traguardo in un silenzio e un deserto che non mi aspettavo. Solo un tizio dell’organizzazione sul traguardo, tra il serio e il faceto, mi dice di rallentare che tanto la gara è finita da un pezzo.  Mi fermo, tiro fuori il telefono, rimasto sepolto per ore sotto gli strati della cipolla, e avviso casa che sono vivo.

Leggo i messaggi di Luf, che in realtà non mi aveva mai superato, avevo preso un abbaglio. Ha bucato un’altra volta e ha dovuto aspettare un sacco perché non aveva la camera d’aria, poi è stato costretto a fare il medio. È andata peggio a lui.

Dopo neanche un minuto, arriva ‘il vero ultimo’ seguito dalla macchina di fine corsa. Io sono stato il penultimo, vicemaglianera. Non ho vinto neppure in questo.

Mi sono divertito, ma questo non è decisamente il mio mondo.

Qui la mia traccia Strava per chi volesse farmi le pulci.

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