GF STRADE BIANCHE 2021: SON GIUNTO AL TRAGUARDO TRE ORE E CINQUE MINUTI DOPO IL PRIMO E SONO FELICE

Nel 2017 provai la medio fondo, circa 70km. Come già raccontato qui, fu una giornata terribile: caddi, andai in crisi e i crampi mi costrinsero a fare tutte le ultime salite a piedi. Giurai a me stesso che sarei tornato, e dopo 4 anni, nonostante l’inesorabile scorrere del tempo (son 41), ci ho riprovato. Questa volta sono arrivato più preparato: più km nelle gambe, meno peso e più dimestichezza sullo sterrato. Ma la Gran Fondo Strade Bianche è una corsa veramente molto, molto esigente.  Se nell’edizione del 2017 lottai con freddo e fango, questa domenica gli avversari principali sono stati caldo e polvere. Ho deciso inoltre di provare a fare il percorso completo, 139km con 8 tratti sterrati per un totale di 30km.

Ogni partente aveva il proprio obiettivo e la propria battaglia personale. Vincere, arrivare nei primi mille, migliorare una prestazione precedente, arrivare al traguardo entro il tempo massimo, eccetera.

Il mio obiettivo era arrivare al traguardo senza mettere giù il piede. Uno scherzo per molti, ma non per me.

LA CORSA

Partito chiaramente in una delle ultime griglie, ho cercato di stare il più possibile coperto in gruppo e lontano dai guai. I primi 20km li ho fatti a circa 33km/h di media. Difficilmente avrei potuto fare meglio, per mancanza di ritmo nelle gambe e soprattutto per l’incapacità di muovermi all’interno di un gruppone data dall’inesperienza e dalla mia innata prudenza. In un tratto in leggera discesa ho leggermente sbagliato una curva e ho perso le ruote di quello davanti. Ho cercato di rientrare ma non ce l’ho fatta, andavamo a 45km/h. Una follia, almeno per me.

All’entrata del primo tratto di sterrato, ecco il delirio: curva a gomito a sinistra e imbuto. Tutti fermi. Qualcuno superava la coda portando la bicicletta in spalla sul prato. “Ma dove cavolo andate?” mi chiedevo. Lo sterrato non è come quello del 2017, fangoso e pesante. La bicicletta scorre meglio, ma si respira polvere e il terreno duro e sconnesso unito alla velocità più alta aumenta il pericolo cadute. E infatti cadono in tanti, troppi. Ogni venti metri c’è un ciclista fermo: caduta, foratura, problema meccanico. Per molti di loro la corsa è già finita e cerco di immedesimarmi; chissà a cosa stanno pensando. A terra borracce, bombolette di CO2, camere d’aria, cibo e borsette porta-oggetti. Chi perde qualcosa non può fermarsi; a terra resta un piccolo tesoro abbandonato.

Sulla prima salita, Grotti, è iniziato il nervosismo di massa. Molti avrebbero potuto andare di più, ma era impossibile superare. Qualcuno cercava di farlo fuori traiettoria e ci è riuscito, altri son finiti a terra. Da dietro urlavano “Andiamo!”. “E dove andiamo?” pensavo io. Salivamo a 10 all’ora, mi rendo conto che è un po’ frustrante, ma ero certo che piano piano ci saremmo diluiti e comunque non potevamo farci nulla: relax che la giornata è bella lunga.

Al km 26 un’altra mazzata: mi ha superato l’auto di fine corsa. Significava che i primi avevano già 15 minuti di vantaggio e che da quel momento in poi gli incroci sarebbero stati presidiati, ma le strade aperte al traffico. Poco prima del ristoro mi ha raggiunto uno dei miei compari; ero felice, avremmo potuto proseguire insieme.

So di soffrire molto, storicamente, per crampi e crisi di fame. Ho mangiato come un lupo e non avevo fretta di ripartire. A fine giornata avrò mangiato: 5 panini, 4 barrette, 6 crostatine con circa 7 litri d’acqua e 2 di sali minerali. Per farvi subito capire il consumo, il mattino seguente pesavo due chili e mezzo MENO del giorno della partenza.

Nelle fasi centrali della corsa il mio compare è andato improvvisamente in crisi e non andava più né avanti né indietro. Eravamo in un tratto molto caldo su asfalto e la testa ha iniziato a fare brutti scherzi persino prima delle gambe. Ovviamente sono stato al suo fianco, anche se vedermi superare da circa duemila persone non è stato il massimo della vita. Ci siamo trascinati così fino all’ultima parte della corsa, probabilmente la più dura: Colle Pinzuto, Le Tolfe, Santa Caterina. Intorno lo scenario si è fatto molto più tetro: le chiacchiere e i sorrisi sono scomparsi e il silenzio regnava sovrano. Gli interventi medici e meccanici erano in esponenziale aumento. Le energie rimaste erano poche, molto poche. Dopo il primo strappo di Colle Pinzuto mi son reso conto che non avrei mai potuto aspettare il mio compagno, e così ho proseguito per la mia strada.

In un certo senso la mia GF Strade Bianche è iniziata negli ultimi 25km, esattamente quelli che nel 2017 mi hanno torturato e umiliato. Il mio morale su Colle Pinzuto si è alzato perché ho cominciato a superare persone, a piedi e in bicicletta.

L’entrata nel settore delle Tolfe mi ha impressionato. Arrivando da un tratto di asfalto si accede ad una specie di trampolino: non vedi dove stai per mettere le ruote! La discesa è impressionante, credo oltre il 20% e sconnessa. In tantissimi son caduti in questo punto, anche un altro mio compare parecchio avanti a me. Come se non bastasse, dopo circa 100 metri c’è una curva a 90° a destra. Come diavolo fanno a farla in gara?

Sono arrivato nel punto dove ha attaccato quest’anno Mathieu Van der Poel e ho capito perché ha deciso di attaccare proprio lì. È un vero e proprio muro. Ho messo il 34-30, rapportino minimo, anche prima di affrontarlo; la bici si è impennata ho dovuto spostare tutto il peso in avanti. Son salito bene superando subito qualcuno. Poi, davanti a me si è parato un tizio che spingeva la bici, senza preoccuparsi di essere esattamente in mezzo alla strada. Ho iniziato da lontano a chiedergli di spostarsi, ma non mi sentiva o non voleva sentirmi. Gli sono arrivato a pochi metri ed era ancora in traiettoria. Ho guardato alla sua destra e alla sua sinistra, ma era troppo sconnesso e avevo paura di dovermi fermare. Per un attimo ho creduto che la mia impresa stesse per fallire: “Dovrò mettere giù il piede e poi sarà impossibile ripartire in questo sterrato al 20% di pendenza”. Ho provato con un urlo e il povero ciclista ha avuto un sussulto, anzi un insulto. Però si è spostato e son riuscito a passare per questione di centimetri. Negli ultimi trenta metri ho addirittura allungato, mentre un gruppo di ragazze straniere mi incoraggiava.

Conoscevo bene il finale, e ormai ero concentrato sul Santa Caterina, l’ultima rampa lastricata prima dell’arrivo. Ma a 10km dal traguardo, mentre continuavo a superare persone, ecco infine i miei cari amici crampi. Ho finito le borracce e ho iniziato a fare stretching acrobatico lungo le discese.

Sarà sufficiente?

Avrei voluto godermi gli ultimi chilometri, invece non pensavo ad altro: riuscirò a fare il Santa Caterina o lo farò a piedi come quattro anni fa? Proprio all’inizio mi hanno raggiunto due francesi, che vedendo che mi massaggiavo una coscia hanno iniziato ad incoraggiarmi. Io, da buon italiano, ho fatto il piangina. Ho iniziato la salita, che è breve ma decisamente intensa, alla loro ruota. Le gambe tenevano e la fine si avvicinava. Ho capito di avercela fatta quando mancavano solo dieci metri alla fine dello strappo e preso dall’euforia ho persino fatto uno scatto, accolto da un boato dalle persone a bordo strada.

E sono entrato in Piazza del Campo. Stanco, consumato, circa tre ore e cinque minuti dopo il vincitore, circa trenta minuti dopo due dei miei compari. Un altro mio compare è arrivato circa dieci minuti dopo, mentre l’ultimo purtroppo non ce l’ha fatta: è salito sull’auto-scopa quando mancavano solo quindici chilometri, ma non ne aveva proprio più.

Il ciclismo amatoriale è uno sport che si fa in tanti, ma ognuno ha la propria battaglia: è uno sport dove la prestazione è relativa, non assoluta. La mia prestazione assoluta, se vogliamo, dice che sono un mezza sega, ma quella relativa, visto il punto da dove sono partito, mi rende felice.

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