TOKYO 2020: RICHARD CARAPAZ HA VINTO LE OLIMPIADI. L’ITALIA NON POTEVA FARE MOLTO DI PIÙ MA È DA RIVEDERE. I PREPARATORI ATLETICI DOVRANNO DARE QUALCHE SPIEGAZIONE AI PROPRI CAPI.

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Allora, ci sono un sudafricano, uno slovacco, un ceco, un venezuelano e un greco. Sono in Giappone e hanno venti minuti di vantaggio. Sembra l’inizio di una barzelletta, poi vedo Geraint Thomas per terra e capisco che si tratta della realtà.

Ho acceso il televisore che mancavano circa 140km al traguardo e la situazione stava mandando in aria i telecronisti. Arriveranno mica questi? Ripenso al mondiale di Valverde, che nelle prime fasi di corsa aveva presentato una soluzione abbastanza simile e mi tranquillizzo: li prenderanno.

L’olimpiade è una corsa strana, forse la più strana di tutte. Non sono consentite le radioline, le squadre sono composte da 1, 2, 3, 4 o al massimo 5 corridori a seconda del ranking UCI per nazioni, ma tutti vogliono vincere perché si corre una volta ogni 4 anni. Ehm, 5 anni.

In testa al gruppo tirano Greg Van Avermaet, che è il campione olimpico in carica, e Jan Tratnik. Le due nazioni favorite stanno sacrificando un uomo per chiudere sulla fuga. Faccio un po’ fatica a distinguere i corridori, a parte gli olandesi, e come sempre gli italiani e i francesi hanno la maglia quasi uguale.

Fa molto molto caldo, Roglic prende una bottiglietta d’acqua dal medico e la fa fuori in 10 secondi, brutto segno. Siamo sul Monte Fuji e i primi verdetti dicono che l’eterno Valverde non è in giornata. Sparata di Ciccone che non lascia ben chiara la tattica dell’Italia e presto il vantaggio della fuga evapora. Il gruppo va veramente forte, la fuga è ormai nel mirino e ci si aspetta qualcosa si serio.

Ai -50 partono Evenepoel e Nibali. Cado nell’errore che sia la fuga buona, invece è un fuoco di paglia. I due vengono subito ripresi; c’è un po’ di vento e l’Italia al gran completo si mette a tirare in testa al gruppo. Cercano di fare un ventaglio? La risposta è boh, perché il vento non pare laterale; l’impressione è che stiano facendo una gran fatica per nulla, infatti il gruppo non si spezza e le altre squadre se ne stanno tranquillamente a ruota.

Evenepoel e Nibali si staccano tristemente, insieme a Ciccone, sulle prime rampe del Mikuni Pass, la salita più dura della giornata. Se a Vincenzo non si può chiedere di più, Remco sta iniziando a deludermi; è la seconda volta che ‘tanto tuonò che non piovve’. Nel gruppo ci sono infatti ancora una cinquantina di corridori, che però si staccano uno per uno sotto un ritmo indiavolato prima e l’attacco di Tadej Pogačar dopo.

Il Mikuni è duro, ma non così duro come sembrava, infatti allo scollinamento i favoriti ci sono ancora quasi tutti. Ci si lancia in discesa e poi inizia il tratto più interessante, tutto vallonato. Alcuni iniziano a pagare la stanchezza, la vittima più illustre è Primoz Roglič. Mancano una quindicina di km; ormai gli scalatori sono fregati, penso io, e invece dopo continui scatti e controscatti, che hanno richiesto straordinari alla Stakanov a Pogačar e Van Aert, sono Richard Carapaz e Brandon McNulty che riescono a beccare la fuga giusta.

La coppia, molto stranamente assortita collabora mica male e prende subito una trentina di secondi di vantaggio. Sottovalutati. Carapaz è un grande corridore in grado di vincere il Giro e di arrivare sul podio a Vuelta e Tour, ma non ha mai vinto una corsa in linea in vita sua; McNulty è un giovane statunitense, bravo a cronometro e interessante prospetto per le corse a tappe brevi, ma nulla di più almeno fino a oggi. La prima impressione è che Tadej lo abbia lasciato andare perché è suo compagno di squadra nella UAE.

L’unico italiano superstite, il buon Bettiol, si arrende ai crampi e mi lascia l’amaro in bocca: in teoria era il corridore con più fondo che avevamo. Sull’ultimo strappo ai -4 Carapaz va su come un treno, convinto giustamente che che possa essere la giornata della sua vita e stacca McNulty. Dietro tirano ancora gli stessi due, i meravigliosi Van Aert e Pogačar, che stanno pagando lo scotto di essere nettamente i più forti.

Il gruppetto riprende McNulty, ma ormai l’ecuadoriano è troppo lontano e vince a braccia alzate. Van Aert vince la medaglia di argento e Pogačar il bronzo, e se lo meritano, perché tutti gli altri presenti si sono più impegnati a staccare quei due piuttosto che a riprendere la fuga: sacrosanto che se ne stiano con la bocca asciutta. Van Aert è abbonato alle medaglie di argento quest’anno, ma arrivare secondo a un’Olimpiade non fa di certo schifo.

Guardo l’ordine di arrivo: “Carapaz, Van Aert, Pogačar, Mollema, Woods, McNulty, Gaudu, Uran”; balza subito all’occhio una strana caratteristica: questi hanno fatto tutti il Tour fino alla fine, ad eccezione di Woods che si è ritirato alla terzultima tappa dopo una caduta. Ripenso alle sentenze di inizio anno dei preparatori, che sostenevano all’unanimità che il modo migliore per preparare questa corsa era abbandonare il Tour alla fine della settimana. Bravi, avevate proprio ragione.

Alla fine le medaglie le hanno prese i tre più forti. Carapaz ha dimostrato di essere anche estremamente intelligente, stando coperto su tutte le salite e aspettando i valloni finali: un solo scatto per la medaglia d’oro. Gli altri due hanno corso contro tutti, avendo anche poco aiuto dai propri compagni nelle fasi finali. Il Belgio si è speso troppo lontano dal traguardo, a Pogačar è mancato Roglič negli ultimi chilometri.

Col senno di poi difficilmente l’Italia avrebbe potuto vincere una medaglia, sia coi presenti che con quelli restati a casa. Strana però la tattica adottata durante la corsa, forse dettata dal desiderio di voler essere comunque protagonisti nonostante qualche limite.

Richard Carapaz è un vincitore strano ma meritevole di questa Olimpiade. Ad aggiungersi alla stranezza il fatto che resterà campione olimpico per soli tre anni. Forse, speriamo.

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