LA PRIMA VOLTA CHE ANDAI A VEDERE UNA CORSA FU PER VEDERE GIANNI BUGNO E NON RIUSCII A VEDERE GIANNI BUGNO

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L’ho capito fin da quel maggio del 1990: andare a vedere una corsa ciclistica, dal punto di vista strettamente razionale, non ha alcun senso. Ti fai un sacco di km, molti nel traffico. Poi devi lasciare l’auto da qualche parte e proseguire a piedi, perché le strade sono ovviamente chiuse al traffico. Poi magari attendi per ore, fino a che il gruppo ti sfreccia accanto. Fai appena in tempo a riprenderti dallo spostamento d’aria ed è già ora di tornare a casa.

Perché uno dovrebbe farlo? E’ difficile da spiegare ma ci proverò, perché questa è una delle cose più belle del mondo. Come ho già spiegato, a differenza del calcio (che è il mio altro sport preferito, lungi da me criticare) nel ciclismo non ci sono curve, o meglio ci sono, ma sono quelle della strada.

Quel giorno, avevo 9 anni, ero già un tifoso di Gianni Bugno e il Giro d’Italia passava vicino a casa mia. Non mi sembrava vero, Gianni era pure in rosa. Mio papà mi accompagnò sulla salita di San Fermo. Erano le fai iniziali di una tappa di metà giro non particolarmente impegnativa. Mi piazzai a metà e tolsi dallo zaino la splendida Yashica che mi zio mi aveva regalato per il mio compleanno.

Era la prima volta per me, e non sapevo cosa aspettarmi. Già 2-3 ore prima del passaggio dei corridori era pieno zeppo di gente con bandiere di tutti i Paesi, ma fu da un’ora circa prima del passaggio che lo spettacolo ebbe inizio, con il passaggio della “Carovana”. La Carovana pubblicitaria, a quei tempi, era qualcosa di incredibile! Le ragazze si sporgevano dai camper e dalle auto e lanciavano magliette (non le loro), cappellini, riviste, portachiavi e gadget di ogni tipo. E poi c’era la musica! Era un vero e proprio circo.

Ricordo anche che passò Gino Bartali. Avevo letto che godeva di un “permesso speciale” per seguire le corse. Il minimo che si potesse fare per un uomo che oltre ad aver vinto tante corse ci ha praticamente salvato da una guerra civile, e ha salvato centinaia di ebrei durante il nazismo. Però mi sono sempre chiesto… come si fa a vedere la corsa stando in macchina DAVANTI alla corsa?

“Ginoooooo!!!” – urlai. E lui si fermò. Mi disse qualcosa con la voce rauca e io non capii. Tempo 2 secondi e intorno a me c’erano venti persone con blocchetti. Gino, descritto come burbero e orso, sembrava felicissimo di stare in mezzo alla folla. E al quel tempo aveva la bellezza di 86 anni.

Gino Bartali

Poi un rumore assordante: gli elicotteri. E le sirene della polizia. E le moto. Non faceva poi caldissimo, ma le mani cominciarono a sudarmi e cominciai a temere di perdere la presa dalla mia Yashica.

“Riuscirò a fotografare Bugno?” cominciai a chiedermi e dubitare. Il mirino era microscopico e il mondo che vedevi attraverso era grande come un francobollo. “La maglia rosa corre sempre in testa al gruppo” cercò di tranquillizzarmi un vicino che sembrava sapere il fatto suo.

Ma non ne sapeva abbastanza, perché Gianni Bugno era un corridore a sé, e con maglia rosa o senza, in testa al gruppo non ci stava praticamente mai. “Almeno arriveranno su alla spicciolata su questa salita”. – “Scordatelo ragazzo, verranno su come dei treni” – pontificò lo stesso vicino.

Su questo aveva ragione. Feci appena in tempo ad individuare il gruppone che dovetti infilare l’occhio nel mirino della Yashica. Cominciai a scattare a caso. Ora, a molti può sembrare banale, ma non era solo una questione di mirino: ai tempi la fotografia era solo analogica. All’interno della Yashica avevo un rullino nuovo di zecca da 24 che il fotografo mi aveva regalato alla stampa di quelle vecchie. Lo finii tutto e non avevo la più pallida idea di cosa avessi fotografato.

Non solo. Non vidi Gianni Bugno; in realtà non vidi praticamente niente e nessuno. Quando tolsi l’occhio dal mirino erano rimasti solo i pochi corridori che si erano staccati, che andavano la metà dei primi facendo il doppio della fatica, ma si prendevano il quadruplo degli applausi e degli incitamenti.

Non tornai a casa subito. Andai dal fotografo e iniziai a sperare, anzi ad aspettare. Eh sì, perché mica te le sviluppavano subito le fotografie: ci voleva almeno una settimana.

E una settimana dopo Gianni Bugno, in quelle foto, non c’era.

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