IL MONDIALE DI LUGANO 1996: L’UNICA VOLTA IN CUI HO INSULTATO UN CORRIDORE IN CORSA

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Nel ciclismo, inutile che ve lo dica, il tifo contro è rarissimo, quasi inesistente. Qualche settimana fa ho portato come eccezione lo pseudotifoso che tirò dell’urina in faccia a Chris Froome.

I tifosi del ciclismo supportano tutti i corridori, dal primo all’ultimo e io, che seguo le corse dal 1990, non sono da meno. Ammetto però che una volta mi feci prendere dalla frustrazione e insultai un corridore, che era pure italiano: Fabrizio Guidi, che ai tempi, era il 1996, correva per la Scrigno e per la Nazionale.

Sia chiaro, non è una cosa di cui mi vanto, ma vorrei provare a spiegare cosa successe.

Al mondiale del 1996, che si correva a Lugano su un percorso mosso, eravamo la squadra da battere. Erano gli anni d’oro di Michele Bartoli, ma in quella squadra c’erano anche altri corridori molto forti che potevano ambire alla maglia iridata, come Andrea Tafi e, soprattutto, il mio idolo Gianni Bugno.

Gianni Bugno era già in fase calante, ma arrivò a quell’appuntamento in una forma in cui non lo si vedeva da parecchio tempo. Non era il capitano di quella squadra, ma il CT Alfredo Martini non avrebbe rinunciato a priori di concedere un’ultima opportunità a quel ragazzo che per due volte, nel 1991 e nel 1992, lo aveva portato al trionfo.

La Crespera è una salitella, neppure 2km al 7.8% di pendenza media, ma era l’asperità più tosta di quel mondiale. Ci muovemmo prestissimo per garantirci i posti migliori. Ci stupì vedere, a Lugano, alcune persone già alle finestre e altre case con le imposte serrate. Scoprimmo poi che anche i residenti avrebbero dovuto pagare il prezzo del biglietto per poter vedere la corsa. Chi non lo faceva, si chiudeva dentro. Pensai che la Svizzera fosse proprio un paese strano e sorrisi pensando a cosa sarebbe successo in Italia.

Quel giorno l’Italia tenne la corsa dal primo km. Ma man mano che la corsa proseguiva, iniziarono le stranezze. Noi avevamo una radiolina, vedevamo un maxi schermo ma, soprattutto, vedevamo a pochi metri le espressioni dei corridori ad ogni passaggio. Io avevo occhi solo per Bugno, che mi appariva sempre più fresco e determinato a ogni passaggio.

Gli svizzeri intorno a noi iniziavano a spazientirsi, perché c’erano maglie azzurre ovunque. Quando un azzurro era tra i fuggitivi e tirava, dietro l’Italia si fermava costringendo le altre squadre a condurre l’inseguimento. Altre volte l’azzurro in testa restava passivo, e dietro l’Italia tirava. Bellissimo.

Tutto procedette così per ore. Sembrava dover maturare da un momento all’altro l’attacco giusto con le persone giuste. La corsa stava per entrare nel vivo, ma l’incantesimo si ruppe all’improvviso. Gli azzurri, non ho mai capito perché, persero il controllo della corsa e ognuno iniziò a pedalare per conto suo.

Bugno era rimasto nel gruppo dietro, e io iniziai a innervosirmi, anche perché gente come Museeuw era nel gruppo di testa. Eppure l’Italia aveva ancora spazio e uomini per decidere cosa fare della corsa. Con Bartoli, che non aveva ancora tirato un metro, in perfetta rampa di lancio.

Ricordo un passaggio clamoroso, forse il quartultimo: primo gruppetto di fuggitivi, tirato da Ferrigato (ITALIA). Gruppo inseguitori tirato da Guidi (ITALIA). Gruppo principale tirato da Bugno (ITALIA). Ci stavamo inseguendo da soli e, cosa peggiore, avevamo gli uomini migliori nel terzo gruppo. Al passaggio successivo i primi due gruppi si erano riuniti, e ancora c’era Guidi in testa. All’inseguimento, sempre i suoi compagni di squadra. Le immagini televisive, ancora disponibili su YouTube, sono impietose. Quando Museeuw scattò dal primo gruppo, praticamente tenuto coperto e lanciato dai nostri, solo l’idolo di casa Mauro Gianetti riuscì a stargli dietro. E ormai era troppo tardi per andare a riprenderli.

Ma c’era ancora un ultimo passaggio, ormai inutile. Vidi Guidi salire la Crespera arrancando, con quei giganteschi occhi blu lucidi e disfatti. E io lo insultai. Perché ai miei occhi da supertifoso era lui che aveva fatto perdere la corsa a Bugno. In realtà la fece perdere soprattutto a Bartoli, che quel giorno aveva Bugno come gregario regale. Bartoli dovette infatti accontentarsi del terzo posto.

Oggi, tutte le volte che sento qualcuno rievocare il ciclismo romantico senza radioline, penso a quel giorno e benedico l’avvento della tecnologia. Ma lo stesso Bugno, nella sua autobiografia ‘Per non cadere. La mia vita in equilibrio’, ricorda quel giorno con rimpianto. E da gran signore quale è sempre stato, non accusa nessuno, ma semplicemente liquida quella squadra come ‘una nazionale che non si amò’.

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