L’AMSTEL GOLD RACE E LA CULTURA DEL SOSPETTO

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L’ Amstel Gold Race, la corsa della birra, è anche ‘la corsa degli olandesi’. Non perché si corre in Olanda, ma perché è stata vinta, in 55 edizioni, per 18 volte da corridori olandesi, con una fitta e insolita concentrazione nel periodo tra il 1977 e il 1988.

Proprio in quel periodo i direttori sportivi dicevano, tra il serio e il faceto, che all’Amstel si andava ‘per fare secondo’. Non ci sono immagini né prove a supporto, ma qualcuno racconta che i pur bravi corridori olandesi, già avvantaggiati dalla conoscenza approfondita delle stradine strette e degli avvallamenti che caratterizzano la corsa, venissero ‘portati fuori dal gruppo’ grazie alle scie di alcune moto della giuria piazzate strategicamente sul percorso.

Sono passati tanti anni e in un ciclismo controllatissimo e pieno zeppo di telecamere, tutti i dubbi dovrebbero essere fugati e ogni polemica dovrebbe spegnersi sul nascere.

Invece no.

Potrei parlare dell’episodio di Demare alla Milano Sanremo del 2016, quando forò ai piedi della Cipressa ma arrivò in vetta insieme ai primi. Alcuni corridori dissero di essere stati superati a doppia velocità da Demare attaccato all’ammiraglia. Demare non fu squalificato perché la giuria si perse il momento e le televisioni non lo immortalarono. Forse perché non è mai successo? Chi può dirlo. Ricordo però che qualcuno pubblicò l’immagine della prestazione di Demare caricata su Strava e poi subito cancellata, in cui spiccava il suo KOM sulla Cipressa a circa 50km/h di media. Fotomontaggio o verità? Ancora una volta, chi può dirlo?

Ma torniamo alla Amstel Gold Race, corsa domenica scorsa e vinta al fotofinish da Wout Van Aert, anche grazie a un ottimo lavoro di Primoz Roglič, che per una volta gli ha fatto da gregario di lusso. Proprio Roglič, ai piedi dell’ultimo strappo a 18km dal traguardo, ha avuto un problema meccanico ed è rimasto tagliato fuori dalle battute finali. Avete visto il video che ho postato? Una versione molto simile, ma con il primo secondo tagliato ad arte, è stata pubblicata e condivisa da autorevoli testate ciclistiche e sportive.

Lo stesso video, senza il momento in cui Roglič spinge con la mano il pedale, dà veramente la percezione di un motorino che fa girare ruota e pedali in contemporanea e ha scatenato una serie di polemiche inaudite in cui si accusa lo sloveno di doping meccanico. In questo video, che ho tagliato dal replay di Eurosport player, si vede che i pedali non girano da soli, ma reagiscono a una spinta manuale.

La discussione resta aperta, perché si potrebbe eccepire che girano un po’ troppo. Ma se discussione deve essere, bisogna guardare il video completo, non quello tagliato appositamente con l’unico scopo di infangare Roglič e il movimento ciclistico.

Cosa può essere successo? In una bici da corsa, quando la ruota gira, i pedali possono fermarsi, a differenza di una bicicletta a scatto fisso come quelle che si usano in pista. Maurizio Fondriest ipotizza la rottura del ‘corpetto della ruota libera’, che è proprio il componente che consente alla ruota di girare a pedali fermi. Quindi il motivo per cui il campione nazionale sloveno si è fermato sarebbe proprio perché non riusciva a ‘smettere di pedalare’ senza che i pedali seguissero il movimento della ruota.

Riccardo Magrini è di un altro avviso, in quanto crede che una bicicletta della qualità di quella di Roglič, messa perfettamente a punto, abbia un’inerzia talmente alta che il doppio giro di pedale sia frutto coerente di una forza data a un mezzo tecnologicamente perfetto. Per intenderci, lunedì pomeriggio, nel pieno di una polemica su WhatsApp, uno degli amici con cui esco in bicicletta ha fatto una prova con la sua B-Twin (con tutto il rispetto per il marchio) che non ingrassa da tempo immemore, e i pedali si fermavano dopo mezzo giro.

Entrambi gli esperti, comunque, sembrano scagionare il corridore sloveno, o comunque dare una motivazione plausibile all’accaduto diversa dal doping meccanico.

Ma le polemiche non finiscono qui, perché la corsa si è risolta con una volata a 3, dove Wout van Aert e Thomas Pidcock hanno tagliato il traguardo praticamente insieme. Van Aert era sicuro di aver vinto e ha esultato. Le prime immagini sembrano smentirlo, in quanto la telecamera a bordo strada sembrava mostrare inequivocabilmente che Pidcock avesse tagliato il traguardo per primo. Ma era un’illusione ottica, perché durante il colpo di reni la ruota anteriore di Van Aert si è alzata, togliendo ai nostri occhi il riferimento corretto ruota-linea.

Si è aspettato il fotofinish ufficiale e la giuria ha impiegato addirittura 10 minuti a decretare il vincitore. Alla fine un ingenuo membro del comitato ha mostrato la foto del fotofinish ingrandendo a mano l’immagine sul suo i-Phone, dando l’impressione di dilettantismo e scatenando una serie di meme esilaranti su Instagram. Ma van Aert ha vinto, di circa 4 millimetri (qualcuno riporta 6). Tecnicamente, per meno di uno sputacchio.

Fine? Macché, perché non contenti di questo responso, alcuni hanno iniziato a lamentarsi che, guardando l’immagine televisiva, il sensore del fotofinish sembrava non essere perfettamente sulla linea di arrivo. Inutile sottolineare che il fotofinish esiste proprio perché le telecamere poste sull’arrivo non sono affidabili in quanto schiacciano e distorcono le immagini reali.

Perché l’importante è sospettare, sempre. Che poi, si fosse trattata di una volata tra Moser e Saronni, avrei perfettamente capito lo slancio emotivo, ma spiegatemi perché agli italiani dovrebbe interessare così tanto una volata tra un belga e un britannico in una corsa certo importante, ma non di primissimo piano. A volte l’amore per la polemica supera l’amore per lo sport.

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