IL MONDIALE DI OLANO DEL 1995 E LA QUARTA TAPPA DELL’ITZULIA 2021

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Avete presente i déjà-vu? Non sono sempre sensati, ma ditelo voi al cervello! Guardando la quarta tappa dell’Itzulia, il giro dei Paesi Baschi, ne ho avuto uno molto poco sensato, vista la differenza della posta in palio.

La UAE, squadra emiratina con anima italiana, si presenta con Pogačar supercapitano e Brandon McNulty, altro giovane interessantissimo, come scompigliatore. Bel fisico, straordinario a cronometro, il ragazzo è vicinissimo in classifica alla maglia gialla Roglič alla partenza della quarta tappa, che ha in programma un paio di salite abbastanza dure.Roglič teme Pogačar, evidentemente non esiste unguento in grado di lenire i dolori della scottatura infertagli dal connazionale al Tour de France del 2020. Sull’ultima salita Pogačar scatta, Roglič gli risponde. Poi, in un momento di controllo, parte McNulty.

Roglič ha ancora un compagno di squadra, Vingegaard, che però, forse mal consigliato dall’ammiraglia, forse non fermato per tempo dal suo capitano, invece di chiudere il buco con il passo, istintivamente scatta e lo segue. Si forma un drappello in testa, con diversi uomini interessanti che collaborano, tra cui McNulty, Vingegaard a ruota che non capisce cosa stia accadendo, mentre dietro Roglič è rimasto solo e il gruppo praticamente si ferma. La fuga arriva al traguardo con 49 secondi di vantaggio, con vittoria di Izaguirre su Bilbao a confermare che sulle strade di casa i corridori baschi hanno un motore supplementare, mentre Roglič perde la maglia che finisce sulle spalle di McNulty.

In questo pasticcio/capolavoro di tattica a seconda che lo si guardi con gli occhi del direttore sportivo della Jumbo o della UAE, io mi metto nel testa di Pogačar. Credo infatti che la tattica della UAE fosse sfiancare Roglič usando McNulty, e poi attaccare secco con Pogačar, che sembrava averne decisamente di più di tutti. Invece l’istinto di Vingegaard e l’incomprensibile passività di Roglič hanno rotto le uova nel paniere alla UAE. Oppure no?

“Non ho capito la tattica della Jumbo”, tuonerà il principino il giorno successivo. A cosa avrà pensato Pogačar? Sarà stato sicuramente felice per il compagno e per la squadra, ma diciamoci la verità, i campioni vogliono arrivare primi anche sui cavalcavia e sprintano quando vedono una qualsiasi riga sull’asfalto. L’ho visto più volte scalpitare sui quei pedali e agitarsi con tutto il corpo, come se non vedesse l’ora che qualcuno scattasse per andare a prendere il suo compagno di squadra.

Ed ecco affiorare il mio déjà-vu; mi ha ricordato uno dei più grandi di sempre, in un’occasione ben più importante: Miguel Indurain durante il mondiale di Duitama, in Colombia, del 1995. Quel mondiale lo vinse Abraham Olano grazie a un gioco di squadra molto simile a quello visto all’Itzulia. Quel gioco di squadra, ahinoi, servì a isolare il grande Marco Pantani, che insieme a Indurain era il grande favorito di giornata.

All’ultimo giro Olano allungò in pianura. La Spagna si aspettava che Pantani, ultimo azzurro sopravvissuto alla durezza del percorso e all’altitudine, chiudesse per poi attaccare con Indurain. Ma Pantani attese, sotto lo sguardo attonito e preoccupato del Navarro, sperando di staccare Indurain sull’ultima salita e riportarsi sul fuggitivo. Olano, però, era un grande cronoman e in pianura guadagnò tanto, troppo, oltre un minuto.

Ricordo Miguel, quando capì che non l’avrebbero più ripreso, fingere addirittura uno scatto per provocare una reazione che non avvenne mai. Chissà quanti pensieri affiorarono nella sua testa in quei momenti. Sono certo che per un attimo l’abbia sfiorato anche l’idea di andare da solo a riprendere il suo compagno, ma poi cosa sarebbe successo? In quei momenti Miguel si vide sfuggire dalle mani la più concreta possibilità che avesse mai avuto e che avrebbe mai avuto per indossare la maglia iridata.

Ricordo anche un brivido nell’ultimo km: Olano forò, ma riuscì a condurre la bicicletta sbandando fino al traguardo. Indurain batté Pantani nella volata per il secondo posto e esultò come mai l’avevamo visto: più di nervi che di gioia.

Queste due storielle, tra l’altro, hanno avuto epiloghi ben differenti. Il mondiale, ovviamente, si correva in un solo giorno e Olano se lo portò a casa, mentre all’Itzulia mancavano ancora due tappe.

E proprio nell’ultima tappa, la ‘regina’ con arrivo ad Arrate e sette GPM, succede il patatrac per la UAE. “La maglia va difesa a ogni costo” recita un antico adagio tuttora valido in gruppo. Così, quando in discesa l’Astana allunga il passo e Roglič è il più svelto ad accorgersene, Pogačar rimane ad aiutare il suo compagno staccato e si mette in testa al gruppo per riportarlo sotto, sprecando molte energie.

Ma sulla penultima salita, McNulty crolla al ritmo del suo compagno, Roglič ormai ha un minuto di vantaggio e Pogačar è troppo stanco per riportarsi sotto. Roglič difende il minuto fino alla fine e si aggiudica la corsa (non la tappa, vinta da uno splendido Gaudu), mentre sul podio finale, al secondo posto, sale il suo compagno Vingegaard, grazie al tempo guadagnato nella quarta tappa. Come cambia tutto in fretta nel ciclismo. Il giovedì sei lo zimbello dei direttori sportivi, il sabato ti ritrovi con l’alloro sul capo.

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